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Il sugo della storia nei Promessi Sposi: provvidenza e ironia

Pubblicato il 20/05/2025
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Il "sugo della storia" nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni rappresenta il nucleo ideologico e narrativo del romanzo, concentrandosi sul concetto di provvidenza divina e sull'uso dell'ironia come strumento di critica sociale. Attraverso la scelta di protagonisti umili e la rappresentazione del loro rapporto con la storia, Manzoni elabora una visione del mondo che unisce fede religiosa e impegno civile.

Il capovolgimento dei protagonisti: gli umili al centro

La novità rivoluzionaria dei Promessi Sposi sta nel capovolgimento dei protagonisti della storia: al centro della narrazione non ci sono più nobili o personaggi illustri, ma gli umili. Lucia è una contadina riservata e profondamente fedele, mentre Renzo è un uomo del popolo giusto, ingenuo ma altrettanto religioso.

I due interagiscono principalmente con persone semplici come contadini o artigiani, creando un microcosmo sociale che riflette la realtà della Lombardia seicentesca. La loro posizione sociale, però, non deve essere intesa come gruppo omogeneo ma come singoli individui autonomamente pensanti, ognuno con la propria dignità e la propria capacità di scelta.

Manzoni descrive così la storia di un'epoca attraverso vicende che riverberano la sofferenza popolare e le loro aspre condizioni di vita, dovute alla carestia, alla siccità, alle continue guerre e al dominio spagnolo che sopraffà la popolazione. Come afferma lo stesso Manzoni nel primo capitolo: "La forza legale non proteggeva in alcun modo l'uomo tranquillo, inoffensivo e che non avesse altri mezzi di far paura altrui".

La solidarietà degli umili e il contesto storico

Nella sventura, però, gli umili sono solidali tra di loro, creando una rete di mutuo soccorso che contrasta l'isolamento e l'abbandono istituzionale. Questa solidarietà emerge come risposta spontanea alle ingiustizie e alle difficoltà, dimostrando come la comunità popolare sappia organizzarsi autonomamente quando le istituzioni falliscono.

Il contesto storico in cui si muovono i personaggi è quello della Lombardia del Seicento, caratterizzato da impunità organizzata che aveva radici che "le grida non toccavano o non potevano smuovere". Questo sistema di potere corrotto e violento opprime i deboli e favorisce i potenti, creando una società dove la giustizia è un privilegio riservato a pochi.

Manzoni rappresenta questa realtà non solo attraverso la descrizione delle condizioni materiali (carestia, peste, guerre) ma anche attraverso l'analisi dei meccanismi sociali che perpetuano l'ingiustizia. La storia diventa così specchio di una condizione umana universale, dove i potenti opprimono i deboli e dove la fede e la solidarietà rappresentano le uniche risorse degli umili.

I personaggi di prestigio: aiutanti e oppositori

Nel romanzo sono presenti anche personaggi di grande prestigio che sono inseriti in funzione di aiutanti dei deboli: Federigo Borromeo, Fra Cristoforo, l'Innominato dopo la conversione. Questi personaggi rappresentano l'eccezione positiva nel panorama sociale, dimostrando come anche tra i potenti possano esistere figure capaci di compassione e giustizia.

Contrariamente, altri personaggi di prestigio ostacolano i protagonisti: Don Rodrigo, l'Azzeccagarbugli, il conte Attilio. Questi rappresentano il sistema di potere corrotto che sfrutta e opprime i deboli, incarnando i vizi della società seicentesca: arroganza, corruzione, indifferenza verso la sofferenza altrui.

La contrapposizione tra questi due gruppi di personaggi serve a Manzoni per evidenziare come la bontà e la giustizia non siano questioni di classe sociale ma di scelta individuale. Anche tra i potenti possono esistere figure virtuose, così come tra gli umili possono esistere comportamenti riprovevoli.

La Provvidenza divina come guida degli umili

Un ruolo centrale nel romanzo è svolto dalla Provvidenza divina, che consiste nell'affidarsi alla fede per affrontare le avversità della vita. Essa ha sempre il punto di vista degli umili perché si manifesta più visibilmente nelle loro fatiche come segno di una presenza paterna sia amorevole che severa.

La Provvidenza è una mano di Dio che interviene al momento opportuno nelle vicende, attraverso segni celesti che incoraggiano o fanno intuire la strada da prendere ai personaggi, pur tenendo in considerazione il loro libero arbitrio. Non è un intervento meccanico o predeterminato, ma una guida che rispetta la libertà umana.

Il senso più profondo di questo concetto lo si trova espresso nelle parole di Fra Cristoforo rivolte a Renzo e Lucia: "Ringraziate il cielo che v'ha condotto in questo stato non per mezzo dell'allegrezze turbolente e passeggere ma co' travagli tra le miserie per disporvi ad un'allegrezza raccolta e tranquilla". Le avversità, quindi, non sono punizioni ma preparazioni per una vita migliore, strumenti attraverso cui Dio forma l'animo umano.

L'interpretazione di Leonardo Sciascia: don Abbondio come protagonista

Un'interpretazione alternativa del romanzo è stata formulata da Leonardo Sciascia, che crede che il romanzo sia primariamente "un disperato ritratto dell'Italia" seicentesca così come quella dell'età moderna. Secondo questa lettura, il vero protagonista sarebbe don Abbondio, portatore di grettezza, individualismo, disinteresse verso il prossimo.

Don Abbondio rappresenterebbe l'italiano più infimo, interprete di una mentalità che di fronte alle maggiori ingiustizie preferisce essere omertoso per permettere una serena convivenza. Secondo Sciascia, don Abbondio sarebbe l'unico vincitore della storia perché non ha sofferto gli stessi travagli dei protagonisti e nemmeno i rimproveri dei suoi superiori per il suo comportamento.

Questa interpretazione mette in luce un aspetto critico del romanzo manzoniano: la rappresentazione di un'Italia caratterizzata da individualismo e indifferenza, dove la solidarietà è l'eccezione e l'egoismo la regola. Don Abbondio diventa così il simbolo di una mentalità che ancora oggi caratterizza parti della società italiana.

L'ironia manzoniana: strumento di critica sociale

Dal punto di vista di Manzoni, l'ironia è uno strumento letterario che gli permette di entrare direttamente nella storia e commentare le vicende dei personaggi, dando una propria opinione dei fatti ma esternamente, senza influenzare l'andamento narrativo. È una caratteristica universale perché non riguarda solamente l'autore ma tutti gli uomini che sappiano comprendere la loro limitatezza e riderne.

L'ironia usata da Manzoni è di due tipi: una più "semplice", bassa, scherzosa, comprensibile al lettore perché nasce dalla parlata dei personaggi e fa nascere quasi un sorriso di compassione; una più cruda, violenta, pungente che riguarda i meccanismi sociali della società.

Ne sono un esempio la giustizia ("A questo mondo c'è giustizia finalmente!" esclama Renzo dopo il fallito incontro con l'Azzeccagarbugli) congiuntamente ai politici che continuamente sbagliano e sempre sono intenti ad arricchirsi nonostante la loro incapacità governativa. L'ironia è presente sul codice cavalleresco, sull'ignoranza degli intellettuali come Don Ferrante sostenitore dell'origine astrologica della peste, sulla superstizione popolare degli untori.

Le tecniche dell'ironia manzoniana

Tutti i personaggi, con l'eccezione di Federigo, l'Innominato e padre Felice, sono soggetti all'ironia. L'ironia viene ottenuta attraverso diverse tecniche: l'attenzione alla gestualità, l'artificio di metafore e similitudini, l'autoironia rivolta alla storia stessa e ai suoi lettori, il rovesciamento delle vicende e dei ruoli, un eccesso di umanizzazione e ridicolizzazione dei personaggi.

Basti pensare al "si uri!" del sarto del villaggio che nonostante tutto si vanta dell'incontro con il Cardinale, o all'ipocrisia ecclesiastica quando cerca di evitare che Borromeo sia troppo caritatevole riprendendo la teoria del giusto mezzo perché è "giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci stanno comodi".

È una tecnica molto efficace perché da una parte Manzoni attraverso il riso riesce a coinvolgere il lettore intimamente, dall'altra pur rimanendo su un registro linguistico controllato si possono trasmettere intense cariche emotive. L'ironia diventa così strumento di partecipazione emotiva e di critica sociale insieme.

Conclusione

Il "sugo della storia" nei Promessi Sposi rappresenta la sintesi della visione manzoniana del mondo, unendo fede religiosa e impegno civile attraverso il concetto di provvidenza e l'uso dell'ironia. La scelta di protagonisti umili, la rappresentazione della loro solidarietà, il ruolo della Provvidenza divina e l'ironia come strumento di critica sociale creano un romanzo che è insieme documento storico e riflessione morale. L'interpretazione di Sciascia, che vede in don Abbondio il vero protagonista, aggiunge una dimensione critica che mette in luce gli aspetti più problematici della società italiana, dimostrando come il romanzo manzoniano mantenga la sua attualità come specchio delle contraddizioni sociali e morali dell'Italia di ieri e di oggi.